venerdì 28 novembre 2008

Addio Emilio Cioni...

Ieri pomeriggio ho chiamato lo studio Cioni di Piazza S.Francesco. Ogni tanto un saluto ad Emilio Cioni lo facevo, e poi lui mi aveva detto che aveva alcune belle foto da darmi... Mi ha risposto la segretaria e alla mia richiesta di parlare col Cavaliere mi ha ribattuto che il povero Emilio Cioni, il più anziano dei Goliardi bolognesi che calcavano la piazza è scomparso qualche mese fa.... Mi sono venute le lacrime agli occhi.
il Cav. Emilio Cioni era molto di più di normale Goliarda: era un argutissimo gentiluomo figlio di un tempo che non avevamo mai visto ma che avevamo vissuto attraverso i suoi racconti di Goliardia: "L'angolo degli imbecilli", "Goliardi", "Racconti di Goliardia"... quest'ultima opera del 2001 ricordo che la stava scrivendo quando al Nettuno pubblicammo il celebrato "Tridente sugli scherzi della Balla del Nettuno". Mi fece avere nel 1998 un manoscritto di suo pugno che era il primo capitolo del libro che stava iniziando a mettere giù, affinchè lo usassi come una sorta di prefazione nella Nostra pubblicazione. Ricordo che ad ogni invito a cene di Balla rispondeva sempre gentilmente anche quando (il più delle volte) non poteva venire, magari allegando una vecchia foto oppure una cartolina da dare al Papa come pensiero... Un gentiluomo, ribadisco. Fondò assieme ad altri suoi coetanei il Convento de li Frati Gaudenti conoscendo approfonditamente la leggenda dei fraticelli dell'eremo di Ronzano (sui colli bolognesi) citati anche da Dante Alighieri: "Frati gaudenti fummo e bolognesi..." Ne andava fierissimo, e quando qualche anno fa il Convento riaprì ad opera di Andrea "Aladano", Giuseppe "Mociofiletto" e altri fuoriusciti da Montecristo Emilio andò in deliquio e contribuì economicamente a fare i mantelli e le insegne ex novo! Ve lo voglio far conoscere come lo conobbi io all'inizio, cioè attraverso i suoi gentilissimi racconti di una Bologna che non c'è più e che ha fatto spazio ad una città diversa, che lui comunque continuava a guardare con curiosità. Il racconto che trovate qui sotto proviene da un vecchio giornalino del Nettuno citato sul Blog a metà febbraio, il "Tridente ed. speciale, de postribolis publici" del 1996. Anche in quell'occasione Emilio Cioni fornì all'allora direttore del Tridente, Stefano "Aglio", un capitolo del suo libro appena pubblicato. UN POSTO PER STUDIARE "A guerra finita - Aprile 1945 - chi aveva lasciato Bologna per paura dei bombardamenti rientrò in città. Molti, purtroppo, trovarono le loro case distrutte dalle bombe e ridotte a cumuli di macerie. Per sistemarsi in qualche modo occuparono le case vuote o, non trovandone, si accontentarono di una camera in appartamenti già occupati da altri. I meno fortunati occuparono un arco di portico dello stadio e vi accamparono con moglie, figli e masserizie. "Coabitare" voleva dire abitare in un appartamento insieme ad altre famiglie. In due camere, cucina, bagno e un ingresso spazioso, opportunamente isolato con tende, potevano benissimo sistemarsi tre famiglie. Il riscaldamento era costituito da un'unica stufa a legna che era in cucina, sulla quale si avvicendavano le donne delle diverse famiglie per tentare di cucinare qualche vivanda. Il bagno era sempre occupato anche per la difficoltà di programmare i turni di utilizzo che fatalmente venivano stravolti da variabili indipendenti ed imprevedibili. L'unico tavolo era quello di cucina ma era costantemente ingombro di piatti e stoviglie lavate o da lavare. D'inverno nelle camere e nell'ingresso faceva un freddo cane. E i ragazzi che dovevano studiare dove potevano stare? In cucina no, in camera, no, dove dunque? Una risposta la spiegavo ne "L'angolo degli Imbecilli" dello scorso anno... Volevo preparare alcuni esami per la primavera e si era d'accordo con Masina e Ravanelli di studiare insieme. Purtroppo nessuno di noi aveva una casa adatta per ritrovarsi. ci decidemmo a ciedere ospitalità alla signora Maria, la tenutaria del casino di via degli Usberti. "Ben mo' si capisce poverini. Venite pur qui a studiare che vi metto in un bel salottino al caldo e poi dico alle mie bimbe che non vi vengano a disturbare che voi avete da leggere delle cose importanti per i vostri studi". Ci si andava quasi tutti i giorni alle due del pomeriggio, e si restava sino alle sei di sera e non di più perchè dopo quell'orario la signora Maria aveva bisogno del salottino libero per i clienti che cominciavano ad arrivare. Preparammo in quei mesi Diritto Privato, Diritto Pubblico e Diritto del Lavoro. Verso le quattro e mezza veniva la signora Maria a portarci le crescentine appena fritte. Restava con noi, aspettando che le mangiassimo, poi riportava via il piatto e noi si ritornava a studiare. Si interessava dei nostri studi, ma non riuscimmo mai a farle capire che facevamo Economia e Commercio; per lei studiare "da dottori" era studiare Medicina. Fu così che un giorno aprì la porta all'improvviso e, tutta agitata, con gli occhi fuori dalla testa, si rivolse a me con la voce strozzata: "Presto, presto, dottorino, vieni con me che c'è una delle mie bimbe che sta male!" e mi tirava per il braccio per farmi fretta. "Ma signora, io non capisco niente..." Non mi lasciò continuare: "Vieni, vieni, Bisogna fare in fretta! E non dire che no capisci niente. Io lo so che sei bravo. Me la devi salvare! Sembra morta, Dio, Dio che disgrazia!" Mi ritrovai in una camera. Sul letto una ragazza nuda che non dava segni di vita. Le sentii il polso, batteva piano ma batteva; le sollevai la palpebra, la pupilla non si vedeva. La signora Maria era ai piedi del letto e aspettava ansiosa il mio responso. Me la cavai dicendo: "Signora, la ragazza è grave. Bisogna ricoverarla in ospedale, chiami subito un'ambulanza. Presto!" Fu portata all'ospedale nel giro di dieci minuti da una autoambulanza della Croce Rossa che era subito accorsa... Mi disse poi che era stata operata di peritonite ma che tutto era andato bene. Da allora, oltre alle crescentine ci portava anche il tè o il caffè e, qualche volta, dei dolci. Ogni tanto bussava. Apriva la porta del nostro salottino appena un poco e diceva a qualcuno che era con lei nel corridoio e che noi non vedavamo: "vede quel dottorino lì?- e mi indicava con la mano - mi ha salvato una delle mie bimbe che sembrava che fosse già morta. Bhe, lui ha capito subito cos'era! E' di un bravo..." E, richiudendo la porta, piano piano diceva sottovoce: "Scusatemi ben tanto se vi ho disturbato". In quel periodo avevo qualche problema con mia madre. Tutte le volte che mi stirava col ferro a carbonella il cappotto a quadri o mi rifaceva la piega ai pantaloni diceva sempre: "Non riesco proprio a capire ma questa stoffa fa una puzza ma una puzza - annusava la stoffa - sembra quasi che ci abbiano rovesciato del profumo scadente, più che profumo è cattivo odore. Ma dove lo metti il cappotto?" Cosa potevo rispondere? "Sai mamma, all'Università mettiamo i cappotti uno sopra all'altro, insieme a quelli delle ragazze, che sono sempre pieni di profumo". Mi rispondeva con un'altra domanda: "Anche le braghe le mettete una sulle altre?" Non potevo rispondere. Non potevo dire: "Mamma, quello è l'odore del casino". Non sarebbe stato carino. Emilio Cioni Grazie di tutto Emilio, come dice Colgate di Padova: "ora l'angolo degli imbecilli è ancora più vuoto"... 1 abbraccio, ma carico di tristezza.
PS: Emilio nella foto mi risulta essere il frate barbuto accasciato.

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